PROSSIMA FERMATA: FELICITÁ

2013-07-01 18.09.12

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di chiacchierare al telefono con Giacomo Matteo Miniussi (https://www.facebook.com/giacomo.m.miniussi?fref=nf&pnref=story), che voglio ritrarre col profilo di una metropolitana, mezzo che ha ispirato il suo racconto per la raccolta “I racconti della metro” e che ben rappresenta la vita stessa: veloce e ricca d’incontri e stazioni.

 Stazione scrittura

“I racconti della metro” è una raccolta che coinvolge 27 autori, tutti trasportati dal fascino della metropolitana. Il mio racconto è nato a Berlino, città cui si ispira anche la copertina, realizzata da una mia amica, vincitrice del Festival del Fumetto di Berlino nel 2015, che ora vive a Düsseldorf. Il panorama umano di Berlino è molto più ampio rispetto a quello viareggino, senza contare che un racconto riuscito della metropolitana berlinese può descrivere molto bene anche il mondo in superficie. L’ispirazione è arrivata quando ho abbandonato la capitale. Lo stimolo è venuto da una pubblicità progresso dei senzatetto: “Das Leben ist kein U-Bahnof” (La vita non è una metropolitana). I barboni ci vivono e lavorano, trasformandola in una realtà di vita. La metropolitana di Berlino ha un’anima, anche perché con la città ha un rapporto caratteriale, si pensi solo all’assenza dei tornelli: una città aperta ha la metropolitana aperta. Berlino con le sue case occupate capisce bene l’importanza di lasciarsi aperta a chi non ha un tetto.

Sono riuscito a mettere a frutto la mia formazione filosofico-umanistica in Italia, dove puoi venderti per quello che sei. Qui sento di poter dare un contributo come scrittore e insegnante, da poco ho anche fatto richiesta di una borsa di studio come dottorando all’Università di Pisa e spero che questo progetto vada in porto. Mi ci ero recato per sostenere un esame integrativo di sociologia al fine di poter insegnare filosofia al liceo. Chiacchierando con il docente, quando è emerso che avevo congelato il dottorato in filosofia in Germania, il professore mi ha proposto di riprenderlo, trasformandolo in un tema di sociologia. Il tema originario era l’approfondimento filosofico-ontologico della rappresentazione dell’altro da un punto di vista post-nichilistico, sfruttando la filosofia di Heidegger, da mettere in relazione con i suoi discepoli e critici. Il tema riadattato prevederebbe l’analisi della rappresentazione dell’altro nei mass-media. Il mito dell’altro nella cultura dei media di oggi verrebbe analizzato sfruttando il pensiero di Adorno e Walter Benjamin. In particolar modo mi interessano la rappresentazione dell’altro nei fumetti, mia grande passione, nella musica dei Pink Floyd, nella pornografia in senso lato, ambito esemplare della cultura di massa in internet.

 Stazione bellezza

Sono convinto che la felicità sia data dal quotidiano e in quest’ottica Berlino è stata fantastica da studente, ma una volta terminata questa fase mi sono scontrato con una quotidianità fatta di partenze e rientri dal lavoro col buio, dal trovarsi faccia a faccia con la mia compagna, in silenzio, sentendo che l’impoverimento morale avanzava lentamente. A Berlino ho capito un concetto tutto tedesco, la “Zweisamkeit”, ovvero l’isolamento romantico della coppia, indisturbata dal resto del mondo. Questo per noi si è lentamente trasformato in solitudine a due. L’atteggiamento culturale dei tedeschi non aiuta in questo senso, perché manca la spontaneità, bisogna accordarsi settimane prima e il rischio “pacco last-minute” è dietro l’angolo.

Felicità nella quotidianità per me significa sentirmi a casa, essere al mare in cinque minuti, vedere un bel panorama dalla finestra, andare al lavoro a piedi o in bici, vivere in una città a misura d’uomo che permetta di raggiungere tutto in poco tempo. Viareggio è una città di mare, è vivace culturalmente e riscaldata dal clima del suo carnevale, il cui spirito rimane per tutto l’anno. Vedere il bello è fondamentale nel quotidiano, influenza la felicità. L’italiano ha un’idea di bello in tutti gli ambiti: nell’arte, nella gastronomia, nella musica. Secondo la teoria platonica della luce una cosa bella è l’aspetto esteriore di una cosa buona. A lungo andare, uscire dal lavoro e vedere il bello attorno a sé dà un’indiscutibile qualità di vita. Indubbiamente è anche il mio campanilismo a legarmi al mio luogo d’origine, dove posso incontrare i miei amici e dire: “Ti ricordi?”, perché sono persone con cui ho condiviso dei momenti. Il film “Into the wild” ci insegna che la felicità è tale se condivisa, anche con l’ambiente che ci circonda.

 Stazione paternità

Quando realizzammo che era arrivato il momento di lasciare Berlino per rimpatriare, la ragione ci diceva che con dei sacrifici avremmo potuto restare ancora in Germania, ma quando si è parlato di prole ci siamo resi conto che gestire i figli da soli sarebbe stato difficile, essendo entrambi italiani e quindi con le famiglie d’origine lontane. Nonostante la bellezza del bilinguismo per nostra figlia, ci siamo resi conto che la differente concezione di famiglia in Italia e Germania non avrebbe facilitato le cose. Senza contare che essere di nuovo a casa, poter andare al mare tutti i giorni, condividere la felicità di essere padre con gli amici di una vita e soprattutto farle avere i nonni vicino era una qualità di vita di cui non volevamo privare nostra figlia. Sono cresciuto coi nonni e so quanto possano essere parte della famiglia.

 Stazione italianità

Cosa significa essere italiani quando si vive all’estero? Ho notato che per quanto ci si integri, si resta immigrati nel profondo, più o meno consciamente. Come dicevo, una volta terminata la fase dello studente, emergono una serie di difficoltà che portano, per compensazione, ad esaltare la propria italianità all’estero, per paura di perderla. L’italiano all’estero tende ad esasperare la propria identità o a rinnegarla, per paura di non venire accettato o che i figli non si possano integrare. La seconda accezione riguarda soprattutto la prima migrazione, ai nostri giorni bilinguismo e biculturalismo sono considerati un arricchimento. Ho conosciuto italiani di seconda generazione cui è stato proibito l’accesso alla cultura italiana per timore che venissero esclusi dalla società, per paura che l’italianità fosse un ostacolo, anche per la questione dei “Gastarbeiter” (Espressione che in tedesco significa “lavoratore ospite” e che fu coniata negli anni cinquanta del XX secolo per designare i lavoratori stranieri immigrati nella Germania occidentale. La scarsità di manodopera disponibile per lavori poco qualificati, in particolare nell’industria mineraria, automobilistica e nell’edilizia portò la Germania a sottoscrivere degli accordi bilaterali di reclutamento che prevedevano l’impiego di immigrati, principalmente di sesso maschile, provenienti soprattutto da Italia, Spagna, Portogallo, ex Jugoslavia, Grecia e Turchia). Ho anche incontrato italiani che hanno fatto carriera in Germania, per cui parlare il tedesco così bene rappresentava una rivalsa, rimarcavano spesso di aver avuto accesso a certe posizioni pur essendo italiani. L’integrato italiano vuole avere un suo ruolo ed esaspera la sua italianità che sente di qualità superiore alla media, manifestando comunque un disagio nel bisogno continuo di ricordare, in primis a se stesso, che non è un immigrato qualunque. D’altro canto mi è successo più volte che i tedeschi mi chiedessero perché facessi il cameriere a Berlino venendo da un posto bellissimo. Nonostante le difficoltà incontrate una volta terminati gli studi, consiglio a tutti di fare un’esperienza all’estero perché è molto arricchente, fa capire come va il mondo e permette, a chi vuole rimpatriare, di dare un contributo alla propria cultura portando a casa quanto appreso fuori porta

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RICORDARE È EVOLVERE

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Domenica 16 luglio 2017 ho avuto l’opportunità di lavorare come interprete, in occasione della cerimonia di commemorazione dei 14.000 caduti durante le battaglie tra italiani ed austriaci avvenute nel 1917 sul Monte Piana. Sono stata incaricata dall’Associazione Nazionale Alpini sezione di Padova, di accompagnare la Croce Nera Austriaca prima, durante e dopo la cerimonia commemorativa.

Ho subito accettato con entusiasmo, memore delle esperienze positive come interprete, sia quando vivevo a Zurigo dove ho lavorato assiduamente, che in Italia, dove finora ho lavorato sporadicamente. Personalmente trovo interessanti due aspetti di questo lavoro: il contatto con situazioni e persone tra le più diverse e l’importanza di restare neutrali mentre si traduce ciò che viene detto. Assumere la posizione dell’osservatrice ed ascoltatrice attenta, che riporta quanto affermato senza commenti personali, mi permette di aprirmi a realtà e situazioni nuove imparando molto, a prescindere dal consenso su quanto viene richiesto di trasporre in un’altra lingua.

Colgo l’occasione per ringraziare l’A.N.A., sezione di Padova, per la generosità ed ospitalità, fin dal primo incontro conoscitivo, accompagnato da cibo delizioso ed ottimo vino. La serata conviviale è stata occasione di un interessante scambio con una realtà che conoscevo ancora poco e con la quale ho scoperto di condividere alcuni valori fondamentali, quali l’importanza di ricordare. Circa un anno fa scrissi un articolo dal titolo “innovare è ricordare” nel quale raccontando tre esperienze molto diverse tra loro: l’interpretariato in un’azienda, una passeggiata lungo le trincee ed una serata in un parco dedicato alla poesia, sottolineavo l’importanza di conoscere le proprie origini, siano esse storiche, culturali o biografiche, per poter cambiare e migliorare la realtà in cui si vive.

Commemorare i caduti significa sottolineare l’orrore della guerra e risvegliare la coscienza storica, soprattutto delle generazioni come la mia, che la guerra l’hanno letta sui libri o al massimo sentita raccontare da nonni che, se ancora vivi, si avvicinano al secolo d’età. Questo è il lavoro che svolge il centro studi dell’A.N.A., portando nelle scuole attività che possano incuriosire e porre degli interrogativi alle nuove generazioni, affinché la storia sia oggetto di discussione nelle classi e non solo di memorizzazione. Commemorare significa oltrepassare i confini nazionali e tessere relazioni, anziché costruire muri. La Croce Nera Austriaca svolge proprio questo compito, andando alla ricerca di soldati e civili austriaci dispersi e sepolti in altre nazioni, informando le stesse di propri connazionali rimasti in terra austriaca, lavoro che diventa occasione di condivisione, ricostruzione storica e rafforzamento dei rapporti diplomatici.

Ricordare è evolvere, perché solo la coscienza del passato, sia esso storico o personale, permette di vivere consapevolmente il presente, ponendo le basi per un futuro migliore.

Vola

Jpeg

Sono profondamente scossa dalla vicenda del piccolo Charlie Gard a cui oggi viene ufficialmente negato il diritto alla vita.

Una vera e propria operazione di eugenetica questa, portata brutalmente a termine violentando la libertà di scelta dei genitori a cui viene tolto ed ucciso il figlio perché affetto da una malattia incurabile e quindi non autorizzato a far parte di una società che ama definirsi democratica, ma che scodinzola al guinzaglio del pensiero unico.

Poco importa se i genitori avevano già individuato una clinica negli Stati Uniti in cui tentare una cura: i medici prima, la Corte Suprema del Regno Unito poi e in ultima istanza nientepopodimeno che la Corte europea per i diritti dell’uomo hanno approvato la violazione di ben quattro articoli della Convenzione Europea per i diritti dell’uomo!

Articolo 2: diritto alla vita

Articolo 5: diritto alla libertà

Articolo 6: diritto ad un giusto processo

Articolo 8: diritto al rispetto della vita privata e familiare

Cari sbandieratori del politicamente corretto che tanto vi prodigate nel rispetto della diversità, mettendo in primis il corsetto al linguaggio perché non sia offensivo, spiegatemi adesso cosa ci sia di politicamente ed eticamente corretto nella decisione presa dalla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Quale diversità è stata tutelata? QUALE?

Le ultime righe di questo articolo voglio dedicarle a Charlie.

Vola

piuma candida e leggera,

librati

sulle umane meschinità,

avvolto dall’amore

seminato in dieci mesi sulla Terra.

 

 

IL RITRATTO DEL CORAGGIO

Jpeg

Feci questa intervista mentre stavo guarendo da una broncopolmonite e riflettendo su me stessa e sulle potenzialità di guarigione, in senso lato, che spesso si celano dietro una porta che sembra chiusa, ma che in realtà non è altro che la soglia verso una maggiore consapevolezza.

L’incontro con Chiara Stoppa (https://it-it.facebook.com/chiara.stoppa.58), che ha varcato la soglia di un portone ben più pesante del mio, è stato telematico. Alcuni messaggi su whatsapp, in cui la sua voce allegra e profonda al contempo, mi ha raccontato in modo vivido ed immediato il suo percorso di vita.

 

Ciao Chiara, raccontaci un po’ di te.

Sono un’attrice di 38 anni, sono nata a Pordenone e sono venuta a vivere a Milano nel 1999 perché sono stata presa alla scuola del “Piccolo Teatro” di Milano, dove ho studiato. Ho deciso di fermarmi a Milano perché sono una delle persone che ama questa città complessa. Nel 2002 mi sono diplomata ed ho iniziato subito a lavorare, ho avuto la fortuna di poter collaborare  con l’ “Eliseo” di Roma, Franca Valeri, Rossella Falk e Laura Marinoni. Mentre ero in tournée con uno spettacolo di Giuseppe Patroni Griffi nel dicembre del 2005, mi son sentita male e sono stata ricoverata in ospedale, dove mi hanno diagnosticato un tumore.

La mia vita nella malattia è durata circa tre anni ed è cambiata, difatti per circa due anni sono stata paralizzata sia a livello professionale che privato. Grazie a Serena Sinigaglia ed alla compagnia “Atir” di Milano, dove sono tuttora attiva, ho avuto la possibilità dal 2008 di lavorare nonostante le mie condizioni di salute precarie. “Atir” è una compagnia di Milano con una storia di oltre vent’anni, dedita soprattutto al teatro sociale. Dieci anni fa ha preso in gestione il “Teatro Ringhiera” di Milano, di cui sono diventata socia dal 2008 e con cui collaboro sia come attrice che come insegnante di teatro per bambini ed all’interno del progetto “Gli spazi del teatro” che coinvolge sia attori abili che disabili. Sono spesso coinvolta nelle produzioni di “Atir-Teatro Ringhiera”, ma aderisco anche ad altri progetti teatrali.

Come vivi “Il ritratto della salute” a distanza di anni dall’accaduto?

La prima messa in scena sotto forma di lettura è stata fatta il 30 maggio del 2010 ed oggi è il 16 marzo 2017, ne è passata di acqua sotto i mulini. Mi piace molto raccontare un aneddoto legato alla prima messa in scena, a quasi due anni di distanza dall’ultima chemio e circa un anno dopo che i medici mi consideravano fuori pericolo. Una mia amica mi fece un’intervista per un’emittente radiofonica locale e tra le tante domande mi chiese quando fossi guarita. La mia risposta fu “adesso” ed in quel momento mi resi conto che la mia guarigione era passata attraverso “Il ritratto della salute”. Questo ricordo mi emoziona ancora, per anni ho sognato che i medici mi comunicassero l’avvenuta guarigione, ma non è mai successo. Sono stata io a dirmelo ed è stato importantissimo mettere a fuoco questa sensazione. Lo spettacolo nel tempo è cambiato, o meglio, il testo è sempre quello, sono cambiata io, sono meno emozionata nel farlo ma più divertita. Lo spettacolo mi entusiasma perché il pubblico ride e piange con me, perché è una storia di tutti: di chi ci è passato e  non, di chi è stato vicino ad un familiare o amico malato, di chi non ha fatto questa esperienza; ma è anche uno spettacolo per bambini ed adolescenti.

Sono circa alla centosettantesima replica e per il teatro italiano di oggi è una conquista. Alla prima messa in scena ero molto emozionata, non sapevo come il pubblico avrebbe potuto reagire, se sarebbe rimasto uno spettacolo personale o se avrebbe avuto un valore universale. L’esperienza mi ha mostrato che questo spettacolo parla a tutti, poiché la malattia è il punto di partenza per affrontare  temi che toccano ognuno di noi, quali la vita e le scelte. Gli spettatori spesso mi chiedono se  rifarei lo stesso percorso di fronte alla  medesima situazione. Non sono in grado di dare una risposta, sarebbe sicuramente un altro capitolo, un altro libro, un altro spettacolo da scrivere. L’unica cosa di cui sono certa è che mi chiederei cosa voglio veramente e cercherei di perseguirlo fino in fondo.

Avevi scritto altri pezzi teatrali oltre a “Il ritratto della salute”? Quali erano le tematiche che ti stavano a cuore prima che la tua vita cambiasse?

No, non avevo scritto altre opere oltre a “Il ritratto della salute”, amavo la scrittura a cui però non mi sono mai dedicata approfonditamente. Quando ero adolescente scrivevo poesie come tutti gli adolescenti e sono sempre stata immersa nel mondo della scrittura perché mio padre gestiva una delle più belle librerie di Pordenone, “Il becco giallo”, fino a quando avevo diciotto anni. In seguito ha lasciato questa attività per dedicarsi completamente alla scrittura di libri per ragazzi. Non mi sento una scrittrice, quello che ho fatto è stata un’operazione di scrittura parlata, grazie alla collaborazione con Mattia Fabris, amico ed attore che ama la scrittura. Io parlavo e lui prendeva appunti, poi rileggevamo e correggevamo assieme, è stata un’operazione molto intensa. Sarei interessata a scrivere un nuovo spettacolo e sto cercando ardentemente un autore che mi aiuti come a suo tempo aveva fatto Mattia. Ho tanti temi che mi frullano per la testa e non sono allenata a scrivere, quindi ho bisogno di qualcuno che mi supporti oltre ad essere un animale sociale che ama la compagnia.

Non ricordo quali fossero i temi che mi stavano a cuore prima, molto probabilmente gli stessi a cui sono legata ora, la malattia non ha cambiato la mia essenza, sono sempre la stessa persona in uno stato evolutivo della mia vita. Sicuramente un tema che mi interesserebbe affrontare in uno dei miei prossimi spettacoli è l’accompagnamento alla morte. Ho avuto la fortuna, come dico io, di stare accanto a degli amici prima che passassero all’altro mondo ed è stata un’esperienza molto bella. Sono convinta che  se la gente imparasse ad accompagnare alla morte, nessuno ne avrebbe più paura. Quando busserà alla mia porta, se sarò in compagnia di altre persone. sarà molto più facile affrontarla.

Se dovessi portare in scena “Il ritratto di Chiara oggi”, come sarebbe?

Il ritratto di Chiara oggi? Non lo so. Se dovessi fare un ritratto della mia vita in questo momento sarebbe molto confuso, perché mi sto dedicando a tante cose.  Sono una persona che tendenzialmente sta bene, ma sono una persona come tutte, con i miei momenti di gioia e tristezza. La mia è una vita abbastanza normale. Ho potuto raccontare quel ritratto di Chiara perché era legato ad una fase particolare della mia vita. Credo che ci siano dei momenti di picco nell’esistenza di una persona,  dove tutto è all’estremo: i sentimenti, le sensazioni, i pensieri, per cui vale la pena raccontarli. Ora vivo una vita normale, come avevo sempre desiderato, ma probabilmente non sarebbe così avvincente da raccontare.

AGISCO DUNQUE SONO

Jpeg

Jpeg

Gloria e Marco sono morti.

Nonostante fossero originari del territorio in cui sono cresciuta anch’io non li conoscevo, ma so bene cosa voglia dire iniziare una nuova vita oltre confine, come hanno fatto loro.

Io sono stata più fortunata, perché ho avuto la possibilità di trascorrere un quarto di vita all’estero, per poi decidere di rimpatriare felicemente, nonostante tutto.

M’indigna leggere i piagnistei di chi, commentando la notizia della tragica morte dei due ragazzi, ne approfitta per sputare sul paese dove vive, l’Italia.

Che il lamento sia il VOSTRO status del momento, spalmato per bene sulla VOSTRA bacheca personale e non un commento fuori luogo, postato sulle tragedie altrui!

Lasciate in pace le anime di questi ragazzi, che hanno bisogno di silenzio e rispetto per intraprendere un nuovo cammino.

Se il vostro paese vi disgusta abbiate il coraggio di fare le valigie ed andarvene. Tuttavia osservando i vostri simili ho constatato due cose: chi si lamenta tanto non sta così male e soprattutto non ha nessuna intenzione di cambiare la propria vita.

Chi vuole fortemente qualcosa AGISCE, senza velleità eroiche. Il cambiamento passa attraverso il coraggio della consapevolezza.

Voglio raccontarvi un breve aneddoto a questo proposito. La settimana scorsa ho incontrato Marta, una ragazza che sta facendo la maturità ed ha scritto la sua tesina sui cervelli in fuga, indagando anche su cosa facciano le persone talentuose che sono rimaste in Italia. Marta non vuole andarsene, ha scelto questo tema proprio perché vuole essere consapevole della realtà in cui vive per poter dare il suo contributo.

Il suo è l’entusiasmo di chi vede nelle difficoltà una possibilità di cambiamento.

 

LEGGERE

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Il primo scritto di quest’anno lo dedico ad una vecchia passione ritrovata, immergermi nelle pagine di un libro.

Una bronchite mi ha tenuta chiusa in casa in questi giorni e mi ha guidata alla scoperta di una nuova via respiratoria, la lettura.

Quand’ero una ragazzina ancora troppo giovane per andarmene in giro per il mondo da sola, adoravo sprofondare nel divano a ruminare pagine su pagine. Avevo trovato un treno d’eccezione, ogni riga era un finestrino su un paesaggio sempre diverso, che scorreva veloce e mi faceva sentire l’adrenalina di essere in viaggio, quel limbo magico tra partenza e destinazione, in cui tutto può accadere.

Finalmente il momento di levare le ancore arrivò e per molto tempo le mie ore libere furono dedicate alla scoperta del nuovo suolo che calpestavano i miei piedi. Gli studi letterari mi portarono comunque a sfogliare molti libri e a scoprire nuovi modi di intendere la vita, ma non era più un passatempo. Le ore libere erano dedicate a sperimentarmi, a far uscire la parte di me che conoscevo meno.

L’amore per i libri non è mai svanito, era semplicemente sott’olio. In biblioteca, in libreria e ai mercatini dell’usato adoravo aprire i libri, annusarli, sfogliarli, sentire la consistenza della carta ed il suo crepitio. Alcuni li portavo a casa, molti altri li lasciavo dove li avevo incontrati, la maggior parte sono rimasti dei desideri affastellati sulle librerie spartane delle mie varie abitazioni.

Oggi pesco questi tesori così vicini e per niente scontati, sentendomi in pace con me stessa. La calma, la concentrazione e la voglia di dimenticarsi per qualche istante sono liberanti. La magia di sentirsi avvolti in una bolla di sapone che si lascia trasportare dal vento, impagabile.