TEMPORALE

Tossisce il cielo stanco,

lampeggiano i fuochi fatui,

cercando di scuotere l’umanità,

fossilizzata in un autoscatto.

L’homo faber abbassa lo sguardo,

mentre serpeggia il brivido del timore,

lacerando turchina certezza.

Un varco.

Acqua, aria, terra e fuoco.

Luce.

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Ph Paolo Marconati

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ANFRATTI

L’ultimo giorno della nostra permanenza veneziana abbiamo esplorato la Giudecca, un’isola molto tranquilla da cui Piazza San Marco sembra una cartolina. La giornata si è aperta con un cielo quasi senza nuvole, diventando man mano più malinconica, quasi presagisse l’avvicinarsi della fine del Carnevale.

Ci siamo intrufolati in uno squero, un arsenale fuori dal tempo e dallo spazio dove la presenza umana si limitava a noi e ai lavoratori, tutti in religioso silenzio. Grandi mezzelune placide si lasciavano lucidare, mostrando i segni di miriadi d’onde. La Giudecca è una zona della città in cui si può incontrare una specie ormai in estinzione: i veneziani. Passeggiando ci siamo imbattuti in un asilo nido, una scuola dell’infanzia, cani sciolti che si rincorrevano tra i caseggiati colorati, bimbi che rientravano a casa con le mamme, nonnine in libera uscita, un negozio di alimentari, un fruttivendolo e qualche piccolo atelier affacciato sulla laguna. Non poteva mancare la gozzoviglia a La Palanca, graziosa trattoria nei pressi dell’omonimo imbarcadero, dove ci siamo immersi nei sapori di  una cucina genuina con vista sul Canale della Giudecca.

Tramontato il sole ci siamo diretti a Sant’Elena, altro anfratto veneziano sconosciuto ai turisti. La sera non si vede anima viva in giro e se non fosse per i coriandoli sparpagliati a terra, si sarebbe portati a pensare di passeggiare tra le pagine di un libro illustrato, immaginando le storie cui questa scenografia incantata potrebbe fare da sfondo.

La serata si è conclusa alla Trattoria Giorgione in zona Castello dove siamo passati casualmente. Paolo ha insistito per entrare, felice di aver finalmente trovato la tana di tal Lucio Bisutto, proprietario e intrattenitore del locale, nonché cantautore goliardico di canzoni in veneziano. Informazioni di cui io ero rimasta all’oscuro fino a quel momento. Troppi anni all’estero? Appena entrati ed accomodati al tavolo ho avuto l’impressione di trovarmi in un tipico locale per turisti, ed in parte lo è sicuramente, cosa che ha provocato in me un certo scetticismo. Il cibo non era niente al di fuori dall’ordinario, ma solo dopo aver soddisfatto le fauci ho capito che il posto non si caratterizza per la cucina, ma per il personaggio panciuto del proprietario! Ha iniziato dal classico repertorio kitsch italiano, cantato da lui medesimo, e quando ha sentito che l’atmosfera stava diventando familiare ha invitato gli avventori a prendere il suo posto. Io e Paolo non ci siamo tirati indietro e ci siamo proprio divertiti. L’apice della serata è stato un signore di mezza età che si è alzato e si è impossessato di una chitarra rosso fiammante appesa al muro, iniziando a strimpellarla appassionatamente, seguito dal giubilo generale. Sono uscita dal locale con la voglia di cantare ancora per ore e di tornarci con una bella compagnia di amici.

Sulla via verso quella che per qualche notte è stata la nostra casa, siamo passati per Piazza San Marco, madida di coriandoli e stelle filanti, assopita dopo una giornata sicuramente chiassosa. Qualche maschera si aggirava ancora indisturbata e sullo sfondo veneziano assumeva dei contorni reali, come se incrociando un costume settecentesco o barocco tornassi indietro nel tempo e mi trovassi davanti un duca, una contessa o un furbone sotto mentite spoglie.

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NOTTE STELLATA

Venezia di notte è un cielo trapunto di finestre.

Adoro sbirciare tra le imposte socchiuse e le tende che si scostano dalle vetrate, mi piace immaginare le vite che si dipanano nello spazio di questi scorci, nell’irresistibile mistero di questa città sospesa tra sogno e realtà.

Venezia riesce sempre a sorprendere anche chi, come noi, non è turista ma abitante della regione. Venezia è la cartolina kitsch, camaleontica ed istrionica, il cliché irripetibile.

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CARMINIO: PAROLE IN MASCHERA

Quasi un anno fa mi trovavo a Venezia con Paolo, gentilmente ospitati nell’appartamento di cari amici. L’abbiamo vissuta come non ci era mai capitato, da turisti autoctoni.

Ho studiato in questa città e non mi sono mai pesate le due ore di viaggio al giorno. Arrivare ed entrare in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio mi faceva dimenticare i treni in ritardo, affollati, talvolta vecchi e malconci. Ogni giorno la città mi accoglieva con un sorriso diverso: a volte radioso, altre malinconico, a volte sornione, altre beffardo. Giungere a Venezia era ed è tuttora superare la soglia della realtà per librarsi in una dimensione onirica.

Una volta trovato il grazioso appartamentino, nascosto dietro una porticina in un cortiletto interno, sono stata accolta da un amico che non pensavo proprio di trovare lì ad aspettarmi: un diario! Presa dall’entusiasmo ho iniziato a scrivere, felicissima di aver trovato un quaderno comunitario di tutte le persone che usufruivano di quella multiproprietà ed avevano voglia di scrivere due righe. Fotografai i miei scritti per conservarne il ricordo ed ora, quasi 365 giorni dopo, li ripropongo per omaggiare una città che è un’emozione sempre diversa.

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