Non è un paese per avvocati?

Quando mi è stato chiesto di spiegare “perché ho scelto di rimanere a vivere e a lavorare in Italia in questo momento storico difficile” ho avuto come primissima reazione una reazione da avvocato.

Cioè, per prima cosa, ho reagito ponendo (mentalmente) una obiezione, a chi mi interrogava.
E, secondo, l’obiezione (sempre mentale, perché per fortuna ho abbastanza autocritica per bloccarmi prima che sia troppo tardi) era questa: “ma come, l’onere della prova non dovrebbe incombere su chi se ne va? Non su chi resta, che in fondo non fa che seguire i binari”.
Reazione da avvocato, appunto: onere della prova, obiezioni.

Poi pensandoci meglio ho capito che proprio questo era il nocciolo: io sono un avvocato.

E fare l’avvocato, per quanto possa sembrare strano al resto dell’umanità (più equilibrata, più elastica, più umana, insomma), è quasi impossibile fuori dal proprio Paese.
Non soltanto perché la legge è uguale per tutti… sì, ma solo finché si parla dei cittadini di un unico Stato, mentre diventa diversissima appena si valicano i confini nazionali: cambiano i testi normativi, cambia l’organizzazione degli uffici giudiziari, cambia il modo in cui prevalgono i codici scritti o la giurisprudenza del caso pratico. E dunque chi studia legge in Italia dovrebbe ricominciare l’università o quasi se volesse poi lavorare nell’ambito del diritto in Francia o in Germania o in Inghilterra.
Ma anche perché fare l’avvocato implica quasi necessariamente una conoscenza delle dinamiche sociali, economiche e politiche del proprio tessuto statale così profonda che è molto difficile immaginare di poterla avere verso un altro Stato (a volte è difficile anche averla verso il proprio, soprattutto se si tratta di Italia!). E questo perché il diritto involve quasi tutta la vita, nel suo manifestarsi pratico e quotidiano – altra affermazione che potrebbe stupire chi (equilibrato, elastico, umano) considera il diritto come una superfetazione teorica, un intricarsi di idee fumogene che navigano nell’iperuranio.
Perciò, più si conosce l’ambiente circostante e meglio si può fare
l’avvocato.
Più si conosce lo Stato, meglio si può fare l’avvocato… dello Stato.

Che per l’appunto è il mio lavoro: avvocato dello Stato.

E questo è il secondo motivo, nella “scelta di rimanere”.
Difendere lo Stato non è la stessa cosa se si tratta di Brasile, di Svizzera o di Albania.
Al di là delle immagini che turbinano in testa pensando all’ufficio legale dei Ministeri, come i procuratori distrettuali dei film americani, i difensori dell’ex presidente del consiglio, le battaglie per l’ambiente o contro l’evasione fiscale, penso che fare l’avvocato di uno Stato diverso dal proprio sia come difendere in un processo penale un cliente di cui si ignora l’imputazione.

Il terzo motivo, infine, è quello che gli antichi avrebbero chiamato “la causa efficiente”, ovvero il motivo primo, il movente, la spinta.
Perché fare l’avvocato (dello Stato) é un risultato, più che una premessa. E dunque, più che rispondere a una domanda, sposta l’attenzione, come spesso accade nei dibattimenti giudiziari.
Il motivo più profondo per il quale sono rimasta in Italia è che per me era davvero molto importante fare questo lavoro, costasse quel che costasse. Università severa, tradizionalista e rigida, pratica forense dura e umiliante, concorsi selettivi a livelli epidemiologici e molto costosi in termini di tempo: mi sono sentita sempre piena di voglia di affrontare tutto purché mi conducesse al lavoro dei miei sogni.
E questa follia entusiasta poco equilibrata, poco elastica, ma, credo, umana, “troppo umana”, mi ha sostenuta in questi anni difficili, dove in effetti l’università era particolarmente dura, la pratica particolarmente umiliante e i concorsi particolarmente selettivi.
Forse rimanere in Italia è stato per me l’unico modo per diventare avvocato (dello Stato) nel Paese che conosco e che amo di più al mondo?
Forse pensavo che avrei potuto dare il mio contributo in questo modo solo superando le mille difficoltà che mi si ponevano qui, o almeno provandoci, prima di darmi per vinta e tentare la sorte in un altro mondo?

Forse, invece, un giorno cambierò idea e deciderò di cimentarmi oltralpe?

Su questo devo riflettere, mi… ritiro per deliberare…!

Beatrice Favero (beatricefavero@hotmail.com)

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